Luigi Pirandello, uno nessuno e centomila, il Doodle di Google

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Luigi Pirandello, uno nessuno e centomila, Doodle di Google a lui dedicato oggi 28 Giugno centoquarantacinquesimo anniversario della nascita

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello, uno nessuno e centomila, il Doodle di Google è ispirato proprio ad uno, nessuno e centomila, uno dei romanzi più famosi di Pirandello.

Uno, nessuno e centomila, iniziato già nel 1909, uscì solo nel 1926, prima sotto forma di romanzo a puntate edito in una rivista, la Fiera letteraria, e poi di volume. Questo romanzo, l’ultimo di Pirandello, riesce a sintetizzare il pensiero dell’autore nel modo più completo. L’autore stesso, in una lettera autobiografica, lo definisce come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Il protagonista Vitangelo Moscarda, infatti, può essere considerato come uno dei personaggi più complessi del mondo pirandelliano, e sicuramente quello con maggior autoconsapevolezza. Dal punto di vista formale, stilistico, si può notare la forte inclinazione al monologo del soggetto, che molto spesso si rivolge al lettore ponendogli interrogativi e problemi in modo da coinvolgerlo direttamente nella vicenda, il cui significato è senza dubbio di portata universale. A dispetto della sua lunga gestazione, l’opera non è né frammentaria né disorganizzata; al contrario, può essere considerata come l’apice della carriera dell’autore e della sua tensione narrativa.

Luigi Pirandello (Agrigento28 giugno 1867 – Roma10 dicembre 1936) fu un drammaturgoscrittore e poeta italiano, insignito del premio Nobel per la letteraturanel 1934.


«
 Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco “Kaos”. »

Luigi Pirandello, figlio di Stefano e Caterina Ricci Gramitto, appartenenti a famiglie di agiata condizione borghese, dalle tradizioni risorgimentali, nacque nel 1867 in località Càvusu vicino Girgenti, luogo che al momento della sua nascita aveva cambiato la sua denominazione originaria in “Caos“.

Nell’imminenza del parto che doveva avvenire a Porto Empedocle, per un’epidemia di colera che stava colpendo la Sicilia, il padre Stefano aveva deciso di trasferire la famiglia in un’isolata tenuta dicampagna per evitare il contatto con la pestilenza. Porto Empedocle, prima di chiamarsi così, era una borgata (Borgata Molo) di Girgenti (l’odierna Agrigento).

Quando nel 1853 si decise che la borgata divenisse comune autonomo «La linea di confine fra i due comuni venne fissata all’altezza della foce di un fiume essiccato che tagliava in due la contrada chiamata “u Càvuso” o “u Càusu” (pantaloni)…Questo Càvuso apparteneva metà al nuovo comune di Porto Empedocle e l’altra metà al Comune di Girgenti…A qualche impiegato dell’ufficioanagrafe parse che non era cosa [che si scrivesse che qualcuno fosse nato in un paio di pantaloni] e cangiò quel volgare “Càusu” in “Caos”».

Il padre, Stefano Pirandello, aveva partecipato tra il 1860 e il 1862 alle imprese garibaldine; aveva sposato nel 1863 Caterina, sorella di un suo commilitone, Rocco Ricci Gramitto.

Il nonno materno di Luigi Pirandello, Giovanni Ricci Gramitto, era stato tra gli esponenti di spicco della rivoluzione siciliana del 1848-49 ed escluso dall’amnistia al ritorno del Borbone era fuggito in esilio aMalta dove era morto un anno dopo, nel 1850, a soli 46 anni.

Il nonno paterno, Andrea, era stato un armatore e ricco uomo d’affari di Pra’, ora quartiere di Genova. La famiglia di Luigi Pirandello viveva in una situazione economica agiata, grazie al commercio e all’estrazione dello zolfo.

Il suo primo grande successo fu merito del romanzo Il fu Mattia Pascal, scritto nelle notti di veglia alla moglie paralizzata nelle gambe] Il libro fu pubblicato nel 1904 e subito tradotto in diverse lingue. La critica non dette subito al romanzo il successo che invece ebbe tra il pubblico. Numerosi critici non seppero cogliere il carattere di novità del romanzo, come d’altronde di altre opere di Luigi Pirandello.

Perché Luigi Pirandello arrivasse al successo si dovette aspettare il 1922, quando si dedicò totalmente al teatro. Lo scrittore siciliano aveva rinunciato a scrivere opere teatrali quando l’amico Nino Martoglio gli chiese di mandare in scena nel suo Teatro Minimo presso il Teatro Metastasio di Roma alcuni suoi lavori: Lumie di Sicilia e l’ Epilogo, un atto unico scritto nel 1892. Pirandello acconsentì e la rappresentazione il 9 dicembre del 1910 dei due atti unici ebbe un discreto successo. Tramite i buoni uffici del suo amico Martoglio anche Angelo Musco volle cimentarsi con il teatro pirandelliano: Luigi Pirandello tradusse per lui in siciliano Lumie di Sicilia, rappresentato con grande successo al Teatro Pacini di Catania il 1º luglio 1915. Cominciò da questa data la collaborazione con Musco che incominciò a guastarsi dopo qualche tempo per la diversità di opinioni sulla messa in scena di Musco della commedia Liolà nel novembre del 1916 al teatro Argentina di Roma. «Gravi dissensi» di cui Pirandello scriveva nel 1917 al figlio Stefano.

Luigi Pirandello e la politica

L’idea politica di fondo di Pirandello era legata al patriottismo risorgimentale. Una sua lettera apparsa nel 1915 sul Giornale di Sicilia testimonia gli ideali patriottici della famiglia, proprio nei primi mesi dallo scoppio della Grande Guerra durante la quale il figlio Stefano fu fatto prigioniero dagli austriaci e rinchiuso nel campo di concentramento di Pian di Boemia. Pirandello non riuscì a far liberare il figlio malato neppure con l’intervento del papa Benedetto XV.

Nella sua vita condivise alcune delle idee dei giovani Fasci siciliani e del socialismo; ne I vecchi e i giovani si nota come l’idea politica di Pirandello era stata oscurata dalla riflessione “umoristica”.

Per Luigi Pirandello, i siciliani avevano subìto le peggiori ingiustizie dai vari governi italiani: è questa l’unica idea forte che ci presenta.

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Luigi Pirandello e l’adesione al Fascismo

Nel 1924 il quotidiano L’Impero pubblicò un telegramma inviato da Pirandello a Mussolini:

« Eccellenza, sento che questo è per me il momento più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se l’E.V. mi stima degno di entrare nel Partito Nazionale Fascista, pregierò come massimo onore tenermi il posto del più umile e obbediente gregario. Con devozione intera »

A seguito di questa richiesta, fu pubblicamente duramente attaccato da alcuni intellettuali e politici italiani fra cui il politico liberal-socialista Giovanni Amendola che in un articolo arrivò a dargli dell'”accattone” che voleva a tutti i costi divenir senatore del Regno. Pirandello, pur non ritrovandosi caratterialmente con Mussolini e molti gerarchi, non rinnegò mai la sua adesione al fascismo, motivata tra le altre cose da una profonda sfiducia nei regimi socialdemocratici, regimi nei quali sin da inizio novecento si andavano trasformando le democrazie liberali.

Nel 1925 Pirandello fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti, redatto da Giovanni Gentile. L’adesione di Pirandello al Fascismo fu per molti imprevista e sorprese anche i suoi più stretti amici.

Un’altra motivazione addotta per spiegare tale scelta è che il fascismo lo riconduceva a quegli ideali patriottici e risorgimentali di cui Pirandello era convinto sostenitore, anche per le radicigaribaldine del padre. Pirandello vedeva, secondo questa tesi, nel Fascismo la prima idea originale post-risorgimentale, che doveva rappresentare la “forma” nuova dell’Italia destinata a divenire modello per l’Europa.

Potrebbe apparire un punto di contatto tra Pirandello e il fascismo il sostenuto relativismo filosofico di entrambi. In realtà ben diverso è il relativismo morale fascista fondato sull’attivismosoreliano e il relativismo esistenziale pirandelliano che si richiama all’originario movimento scettico-razionale europeo della fine del XIX secolo e l’inizio del XX.

« Luigi Pirandello si fa interprete di un relativismo pessimistico, angosciato, negatore di ogni certezza, del tutto incompatibile con l’ansia attivistica o relativistica -positiva -del nostro tempo »

Sempre nel solco di Amendola e dei critici antifascisti vi è un commento più pragmatico alla sua iscrizione al partito fascista,la quale avrebbe avuto origine nel suo ricercare finanziamenti per la creazione della sua nuova compagnia teatrale, che avrebbe così avuto il sostegno del regime e le relative sovvenzioni.

In ogni caso come detto non furono infrequenti suoi scontri violenti con autorità fasciste e dichiarazioni aperte di apoliticità: « Sono apolitico: mi sento soltanto uomo sulla terra. E, come tale, molto semplice e parco; se vuole potrei aggiungere casto…». Clamoroso fu il gesto del 1927, narrato da Corrado Alvaro (e riportato da G. Giudice nel suo saggio), in cui Pirandello a Roma strappò la sua tessera del partito davanti agli occhi esterrefatti del Segretario Nazionale.

Nel 1935, in nome dei suoi ideali patriottici, Luigi Pirandello partecipò alla raccolta dell'”oro per la patria” donando la medaglia del premio Nobel ricevuto l’anno prima. La critica fascista non sempre esaltava le opere di Pirandello, spesso considerandole non conformi agli ideali fascisti: vi si vedeva una certa insistenza e considerazione di quella borghesia altolocata che il fascismo formalmente condannava come corrotta e decadente. Gli arzigogoli filosofici dei personaggi dei drammi borghesi pirandelliani erano considerati quanto di più lontano dall’attivismo fascista

Anche dopo l’attribuzione del Nobel parecchi lavori furono accusati dalla stampa di regime di disfattismo tanto che anche Luigi Pirandello finì tra i “controllati speciali” dell’OVR

 

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