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Home » Recensioni » Big Eyes di Tim Burton | La Recensione

Big Eyes di Tim Burton | La Recensione

Benedetta Di Benedetta
Gen 2, 2015
Tempo di Lettura: 4 minuti
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VISUAL.
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Premessa: questa è una delle recensioni più difficili per me. Tim Burton è il mio regista preferito e non avendogli perdonato alcuni suoi ultimi lavori quali Alice in Wonderland e Dark Shadows, ho deciso di non farmi più illusioni, aspettative, di non leggere recensioni e lasciarmi trasportare dalla visione del film.

Ero però convinta che Tim Burton, Amy Adams, Christoph Waltz, gli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski e Danny Elfman non avrebbero potuto deludermi più di tanto. La verità è che chi non conosce Burton da questo stile biografico non potrà sicuramente apprezzare questo film che, in realtà, è veramente bello. Non mi sono messa a scrivere di getto come ogni volta, perché soprattutto con Burton ho i miei momenti di silenzio in cui ragiono con calma su ciò che ho visto per poter finalmente dire la mia.

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1958 – Margaret Ulbrich è una giovane divorziata che si ritrova completamente sola, con una bimba piccola e i suoi quadri che presentano un’originale curiosità: sono tutti bambini, “trovatelli”, dipinti con occhi enormi. Margaret, arrivata a San Francisco, incontra Walter, un altro giovane artista, e se ne innamora a tal punto da sposarlo pochissimi mesi dopo. Margaret e Walter cominciano a mostrare questi quadri in giro per la città, per poter sfondare. Walter, sicuramente più furbo della giovane ed ingenua Margaret, non si da per vinto e inizia a raccontare di essere lui il vero artista, colui che dipinge questi personaggi. Questo porterà Margaret a dubitare di se stessa e successivamente del marito, che la rinchiude costringendola a mentire a tutti pur di portare avanti il suo marketing. Per 10 anni Margaret sarà succube del marito, arrivando a citarlo in tribunale per la custodia dei suoi dipinti.

Tim Burton ci insegna che oltre ai macabri pupazzi e al dark c’è sicuramente di più, e lo fa in modo magistrale come (quasi) al solito. Troviamo qualche scena che ricorda un po’ il suo stile Burtoniano, i più attenti capiranno di cosa parlo! La versatilità di questo artista rende l’opera più interessante di quel che già è. Gli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski, che hanno già collaborato con Burton al suo primo progetto biografico, Ed Wood (1994 – recuperatelo), tralasciano forse la prima parte del film per concentrarsi meglio sulla trama reale, ovvero il rifiuto di Margaret all’ossessione del marito. La prima parte, in effetti, scorre abbastanza lenta, con una Margaret Keane lasciata comandare per le sue stesse opere, dove cerca un modo per farsi conoscere, cambiando addirittura stile di pittura e abbandonando gli occhi grandi, che per lei erano tutto. Nella seconda parte eccola esplodere grazie anche ad una sceneggiatura che si rialza e permette allo spettatore di concentrarsi sul punto più importante della storia: com’è finita? Qual è la sentenza? E soprattutto: Margaret Keane sarebbe diventata famosa senza Walter?

La verità è che questo film, come accennato sopra, è bello.
Non saprei come poterlo definire con altre parole, lo ammetto.

Amy Adams e Christoph Waltz sapevo che non mi avrebbero delusa e sono rimasta piacevolmente sorpresa proprio dal personaggio di Waltz! Non fraintendetemi, io lo trovo un mostro di bravura e si merita tutto ciò che ha ottenuto (ricordo un Oscar per “Bastardi Senza Gloria” ed un Oscar per “Django Unchained”), è un ruolo semplicemente diverso da ciò che interpreta di solito. Veramente bravissimo! Walter Keane è un po’ troppo un sognatore, decisamente non con i piedi per terra, con un secondo fine da pelle d’oca e sempre pieno di sorprese. Non è prevedibile, e questo mi è piaciuto un sacco.

Amy Adams ormai lo saprete, io la amo. Come me la metti, qualsiasi personaggio interpreti, io la trovo favolosa. Margaret è ingenua e sola, un desiderio nel voler trovare la felicità che inganna tutto ciò che la circonda, arrivando a chiudere gli occhi su ciò che ha di più caro. Fortunatamente non tutto il male viene per nuocere e da quell’esperienza riesce a tirare fuori un po’ di attributi, lottando per i suoi diritti di donna, che in quegli anni non erano proprio all’ordine del giorno. I due attori sono stati candidati ai prossimi Golden Globes come miglior attore/attrice in un film commedia o musicale.
Di contorno troviamo Jason Schwartzman, Krysten Ritter, Danny Huston e Terence Stamp.

Inizialmente erano stati scelti Kate Hudson e Thomas Haden Church, che però hanno abbandonato subito il progetto. Successivamente sono stati chiamati Reese Witherspoon e Ryan Reynolds, che abbandonarono dopo un anno dall’avvio del progetto. Alla fine chiamarono Adams e Waltz che non potevano essere più perfetti.

Danny Elfman ormai non lo commento neanche più, capisce al volo ogni più piccola sfumatura di Burton e la trasforma in musica, una musica sublime. I due singoli originali sono cantati da Lana Del Rey, candidata ai prossimi Golden Globes nella categoria colonna sonora originale.

Burton è sempre stato un grande appassionato dei quadri della Keane, tanto da esserne un vero collezionista ed aver richiesto, anni e anni fa, un dipinto della sua allora fidanzata Lisa Marie.

Margaret Keane è ancora in vita, è stata sul set del film e dipinge tutt’ora tutti i giorni.

 

Consigliato?
Se non siete fan “di convenienza”, allora sì. Decisamente sì.

Tags: Amy AdamsBig EyesBig Eyes RecensioneChristoph WaltzRecensionetim burton
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Benedetta

Benedetta

"Ti auguri sempre che il cinema sia una delle cose che possono restare. Essendo cresciuto con il cinema, a rischio di essere banale, per me ha sempre il suo fascino stare in una stanza buia e ascoltare e vedere qualcosa. Io spero sempre di trovare lì delle risposte e delle sicurezze." (T. Burton). - Trovo stupido chiudersi al cinema per vedere una commedia demenziale. Mentre le mie amiche impazzivano per Lady Oscar, io scoprivo Beetlejuice e, di conseguenza, il mio amore per Burton. Criticona di natura, amo il cinema fatto bene.

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