Il metacinema di “Quella casa nel bosco”

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Credevate di andare a vedere un horror, e invece era un film filosofico. Filosofia spicciola, ma sempre filosofico. Sto parlando di “Quella casa nel bosco” di Drew Goddard sceneggiato da Joss Whedon (sì, sempre quello di “Buffy l’ammazzavampiri” e di “The Avengers”).

Qualcuno deve morire

Siete andati al cinema per vedere dei mostri, demoni, fantasmi, zombie, maniaci, fare il culo ai soliti cinque adolescenti. Quelle cose classiche dei film, come in “La Casa” o “Non Aprite quella Porta”, si sa che ragazzi che partono per gita fuori porta significa morte  sicura. I ragazzi all’inizio erano simpatici. Diversi da quelli soliti dei film horror, così stereotipati. Oddio, poi se vuoi star lì a cercare, anche loro, seppur così carini, con le loro battute davvero divertenti e il loro spirito di corpo (Whedon resta un maestro nel far parlare gli adolescenti) i soliti stereotipi (un horror non può esistere senza stereotipi, in primis tra i personaggi):  figo muscoloso biondo, tipo con gli occhiali più intellettuale, fighetta bionda, ragazza è più riservata e studiosa e tipo strano riesci a individuarli anche qui. E mentre il film procede, inizi già a pensare – io lo faccio sempre – chi sarà il primo a morire. (Risposta all’unisono: la bionda). Il film però è intercalato da un gruppo di scienziati che sperimenta un evento e studia le mosse dei nostri cinque. Sono in competizione con il Giappone e in contatto con il benzinaio spaventevole con cui i ragazzi hanno a che fare raggiungendo la casa nel bosco. A breve capiamo. Gli scienziati stanno organizzando uno spettacolo horror (i competizione con il Giappone) per calmare qualcuno. E lì pensate: siamo noi, quel qualcuno? Si tratta di una riflessione metacinematografica, in cui gli scienziati rappresentano (non senza sarcasmo da parte di Whedon) tutta la troupe, che mette in scena la trappola alle vittime previste e ha un armadio pieno di mostri d’ogni tipo (e che citano di tutto, dai pipistrelli giganti a “Hellraiser”, da “The Strangers” ai “Critters”) la cui sfilata sullo schermo ricorda molto la scena madre di “I 13 spettri”. Tutto questo solo per intrattenerci, mentre scommettiamo su come andrà a finire? Beh alla fine non va a concludersi come gli scienziati volevano e gli Antichi (i mostri per rabbonire i quali va fatto il sacrificio. Un nome un po’ lovecraftiano, no?) non sono soddisfatti. Quindi, i film non fa paura. Buona parte degli effetti speciali è quasi ridicola. Le citazioni a “La Casa” sono in ogni angolo. Il film va un po’ a merda e non ha una vera trama. I personaggi sono simpaticissimi e ci si affeziona davvero a tutti (anche a figo e figa prima che, per via dell’esperimento, diventino i tipici figo e figa di tutti i film di mostri americani). Bella anche l’idea di far sopravvivere due del gruppo, e i due non sono né sono mai stati una coppia. Da vedere perché è un saggio, anche se incompleto, sulle pratiche dell’ horror, sui suoi meccanismi, sui suoi motivi. Purtroppo ondivago, ma è il primo film horror senza horror che io abbia mai visto.

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