Buster Hendrix, l’infanzia di Jimi dal libro di Leon | RACCONTO

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Buster Hendrix, l’infanzia di Jimi il libro del fratello di Jimi Hendrix, Leon: “Ecco come scoprì la musica”. Rracconto tratto dal libro.

Buster Hendrix, “Ecco come scoprì la musica”

Buster Hendrix, una serie di racconti da parte di Leon Hendrix, fratello minore che  seguiva Jimi dappertutto, un Jimi bambino, di poco più grande di Leon, affascinato dalla musica, e dedito alla scoperta di questa. Buster Hendrix, che nel racconto sarà semplicemente identificato da Leon, con simpatico nomignolo di “Buster”, cerca a qualsiasi costo, nonostante le sue origini umili, di raggranellare qualche soldino per acquistare una vecchia chitarra da una sua vicina di casa, la sua prima chitarra…

Ma ancora la scoperta di Buster Hendrix della musica, il suo primo vecchio e rotto strumento, un ukulele trovato nel box della sua vicina durante delle operazioni di sgombero e …

Buster Hendrix e la sua vita raccontata dal fratello minore Leon Hendrix, fa parte di una serie di racconti che si possono trovare anche in rete, qui sotto  l’infanzia di Jimi:

 Buster Hendrix: Jimi’s Childhood

Questo racconto che vi ho appena segnalato narra “La vita con Mamma e Papà”, quello che invece troverete sotto, fa parte sempre dello stesso libro, Memoir On Growing Up With A Legend, ma racconta forse quella che appunto, come vi dicevo sopra, è stata la fase più importante per la crescita di Buster Hendrix, quella che ha segnato la sua vita, nel bene e nel male, la svolta ed il passaggio di Buster Hendrix a Jimi Hendrix, divenuto poi, a distanza di pochi anni, quello che rimarrà sempre, il più grande e soprattutto innovativo chitarrista di tutti i tempi, quello che  ha  oltrepassato il limite, fino allora segnato, su come si suonasse la chitarra, Buster Hendrix non avrebbe non potuto essere quello che è poi diventato: l’intramontabile Jimi Hendrix.

Leon Hendrix ha recentemente rilasciato un’intervista a Rolling Stone apunto su questo  suo libro dedicato all’infanzia di suo fratello Buster Hendrix. A proposito, vi sarete certamente chiesti da dove derivi il nomignolo “ Buster”. Ecco quello che  Leon ha dichiarato, in merito al nome  Buster Hendrix,  nell’ intervista  a seguito dell’uscita del libro: Memoir On Growing Up With A Legend

Sì, perché era nato Johnny Allen Hendrix. Tutti lo chiamavano Little Johnny – “Hey, Johnny.Vieni, Johnny”.

Poi nostro padre tornò a casa (in congedo militare) cinque anni più tardi – non aveva mai visto il ragazzo – e lui lo prese in braccio e disse: “Sto andando cambiare il tuo nome.” Papà, perché? “Perché questo è il nome del fidanzato di tua madre,”

Poi Leon aggiunge nel suo racconto:

Jimi non voleva mai rispondere al nome James, quando lo chiamavano.

C’era un posto dove andavamo spesso il sabato e, con un nichelino, si poteva guardare una puntata dell’attore Buster Crabbe in Flash Gordon (un famoso serial a puntate d’avventura) della durata di 15 minuti.

Un giorno tornò a casa, mise su un mantello e disse: “Il mio nome è Buster.”

E così l’abbiamo chiamato Buster per tutta la vita!

Ma non mi dilugherò ulteriormente, a voi ora la simpatica lettura di Buster Hendrix, “Ecco come scoprì la musica” da una traduzione del libro di Anna Bissanti:

Buster Hendrix, “Ecco come scoprì la musica”

Dato che non avevamo un televisore, tutte le sere alle sette facevamo in modo di sederci attorno alla vecchia radio di papà per ascoltare la Top 40. Una sera, al termine di una di quelle trasmissioni, all’improvviso Buster sembrò infastidito da qualcosa. Si alzò, andò in cucina, tornò di corsa portandosi appresso vari utensili. Lo osservai con grande trepidazione inginocchiarsi sul pavimento e capovolgere la radio. Si appoggiò al cacciavite e iniziò a svitare le viti dal rivestimento posteriore. “Che stai facendo?” gli chiesi. “Sarà meglio che tu non faccia niente di male alla radio di papà”. Ma mio fratello non mi prestò attenzione.

Era troppo concentrato nella sua impresa e i miei richiami non gli fecero cambiare idea. Mentre lavorava, rimasi sorpreso vedendo che dentro alla radio non c’era granché: un ricevitore, un groviglio di fili. Buster la smontò completamente, armeggiò un po’, poi si appoggiò con la schiena al divano, con uno sguardo perplesso in volto. Dopo pochi minuti di silenzio, raccattò tutti i pezzi sparsi sul pavimento e si accinse a rimettere insieme la radio. Quando terminò di montarla, però, non funzionava.

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Nostro padre rientrò a casa e non fu per niente contento che la sua radio fosse rotta. Come al solito era ubriaco e andò subito in collera. Sul suo viso apparve uno sguardo arcigno. “Dad-gummit!” ringhiò. Era sempre un cattivo segno quando papà se ne veniva fuori con un “dad-gummit”.

La situazione non prometteva niente di buono. Buster stava già piangendo quando papà iniziò a inveire contro di lui.

“Perché hai rotto la mia radio?” strillò.

Non ci fu risposta da parte di Buster.

Nemmeno un colpetto alla testa lo convinse ad aprire bocca. “Ma che cosa pensavi di fare, me lo dici?” chiese papà.

E Buster, asciugandosi le lacrime dalle guance, disse: “Cercavo la musica”.

Con una corda sola
E così ci mettemmo tutti e tre al lavoro. Trascorremmo buona parte della mattina a trascinare ogni cosa fuori dal garage della signora Maxwell e a caricarla sul cassone del camion. Intorno a metà pomeriggio papà ci disse: “Devo assentarmi per un po'”. Buster e io sapevamo che cosa intendeva dire con quella frase: significava che si prendeva una pausa per andarsi a scolare una birra ghiacciata.

Una volta che fu uscito dal vialetto, continuammo a perlustrare

il garage. Dopo poco Buster se ne uscì tenendo in mano un ukulele tutto ammaccato. Quando lo pizzicò, gli si stampò in viso un grande sorriso. Dato che era timido, attraversò tutto il cortile sul retro tenendo l’ukulele stretto al fianco. Anche se la signora Maxwell aveva già detto a papà che non aveva niente in contrario se ci fossimo tenuti quello che volevamo della sua montagna di roba, Buster si sentiva ancora nervoso all’idea di poter prendere sul serio la sua offerta. Gli ci volle un po’ prima di trovare il coraggio di accertarsi che le cose stessero davvero così.

“Sì, figliolo?” rispose la signora.

“Ehm, signora Maxwell, mi chiedevo se a lei va bene se mi tengo questo… l’ho trovato insieme a tutto il resto in garage”.

“Certo che puoi tenertelo”. Poi, notando che papà ci aveva lasciati per fare una “commissione”  –  come disse lei  –  la signora Maxwell ci invitò a entrare per pranzo. Quando papà finalmente tornò, s’interessò molto all’ukulele che Buster aveva trovato. “È un bello strumento, ragazzo. Potremo venderlo e farci sicuramente dei soldi”. “Non se ne parla” rispose mio fratello. “La signora Maxwell ha detto che potevo tenerlo”. “E che cosa pensi di fare con una cosa del genere?” incalzò papà. “Voglio imparare a suonarlo” disse Buster. Papà non si spinse oltre. A quel punto l’ukulele era di Buster e non se ne sarebbe parlato proprio di venderlo. Per di più, a guardarlo bene, quel vecchio strumento malmesso non pareva valere granché. Dopo tutto, aveva soltanto una corda.

A casa Buster ci armeggiò sopra per ore e ore. Anche se non ne sapeva molto di musica, si sedette e pizzicò quell’unica corda allentata osservandola mentre vibrava. Sbatteva come un elastico rotto. Poi a Buster venne un’idea. La sua mano scivolò verso l’alto e quando girò la chiavetta la nota che uscì dalla corda pizzicata salì di tonalità e divenne più profonda. In quel preciso istante, accadde quasi una magia. Quel suono divenne musica. Iniziò così a girare la chiavetta e a strimpellare la corda per scendere e salire di tonalità. Anche se suonava singole note, eseguì un paio di brani di Elvis Presley sentiti alla radio. Fece tutto a orecchio, trovando le note da solo.

Non si fanno così i soldi
Un giorno, mentre Buster e io ci trovavamo a trascorrere il pomeriggio dalla signora McKay, mio fratello trovò nel ripostiglio una vecchia chitarra acustica, una Roebuck Kay. La signora McKay aveva un figlio in sedia a rotelle e immagino che prima di ammalarsi fosse lui a suonarla. Aveva tre corde arrugginite e il manico ricurvo, piegato. Ma per Buster fu amore a prima vista. Aveva già esaurito tutte le possibilità offerte dal suo ukulele, e anche legare al letto cavi e corde non lo affascinava più di tanto. Per la prima volta in vita sua Buster teneva in mano una chitarra vera. “Posso prenderla, signora McKay?” le chiese. “Per favore. Per favore! Per favore! “. “Sai una cosa? Te la vendo per cinque dollari” rispose la signora McKay. “E non appena tuo padre mi darà i soldi, potrai portarla via”.

Buster supplicò papà di comperargliela non appena fu tornato a casa. Ma papà non cedette. “Non ti compero nessuna chitarra, Buster” gli disse papà. “Devi imparare a lavorare con le tue mani, ragazzo. Noi trascorriamo nei campi l’intera giornata, a scavare canali, a tagliare l’erba, e a potare gli alberi… è questo che devi fare se vuoi far soldi. Non si fanno soldi suonando una chitarra!”.

Buster non sapeva che fare, papà gli passava soltanto un dollaro per ogni weekend che lo aiutava, e a me arrivavano forse cinquanta centesimi. Ci sarebbe voluta una vita intera per mettere da parte i cinque dollari che la signora McKay voleva per la chitarra. Allora Buster fece in modo di raccontare a nostra zia Ernestine della chitarra malridotta mentre trascorrevamo a casa sua la cena del Ringraziamento. Quanto più ascoltava la storia di Buster, tanto più se ne interessava. Quando lanciò a papà un’occhiataccia, lui si mise subito sulla difensiva.

“Non comprerò nessuna chitarra a Buster ” spiegò papà “perché non voglio che prenda una cattiva strada”. La sua scusa mi parve ridicola. Non mi pareva proprio che mio fratello e io stessimo andando alacremente lungo la retta via. Pensavo che papà sarebbe andato avanti a dire cose ancora più pazzesche, per esempio: “Voglio che i miei figli imparino i valori del lavoro duro nei campi, del bere tutta la notte e del perdere i loro soldi con le scommesse “. Iniziarono a litigare, a tavola, e quando papà inveì contro di lei, la zia si arrabbiò a tal punto da prenderlo a sberle in faccia. Buster e io rimanemmo a guardare attoniti. Non avevamo mai visto nessuno tener testa a papà in quel modo. Dopo quella scena, non gli rimase molto da dire. Forse non sarà stata la cosa più giusta da fare, ma zia Ernestine lo mise a tacere unavolta per tutte. E dopo aver ripreso contegno, andò a prendere la sua borsetta e mise qualcosa sulla tavola: una banconota da cinque dollari.

La colonna sonora
Mio fratello si era già esercitato a suonare una chitarra agitando in aria la scopa, e non vedeva davvero l’ora di ritrovarsene in mano una vera. Uno dei primissimi lick che suonò sulla sua nuova chitarra fu la colonna sonora del telefilm Peter Gunn, probabilmente perché poteva suonarla tutta sulla stessa corda. Per evitare che gli dessi fastidio, Buster mi legò al polso una matita colorata con una cordicella, e mi fece sedere davanti ad alcuni fogli di carta. Mentre lui suonava, io disegnavo, per ore intere, facendo schizzi e colorando. Buster era sempre stato mancino, quindi istintivamente iniziò a reggere la chitarra col manico a destra e a testa in giù. Invece di avere le corde sistemate da quella più bassa a quella più alta, per un po’ le ebbe rovesciate, finché non si fece riaccordare la chitarra così da poterla suonare con la sinistra. A nostro padre tutto ciò non piaceva. Credeva a un mucchio di superstizioni su tutto quello che non era considerato “normale”. Secondo lui, e secondo un sacco di persone in quegli anni, essere mancini era il segno del male. Non che nostro padre fosse poi uno che potesse permettersi di dare giudizi sugli altri: era nato con sei dita per mano.

© St. Martin’s Press / Thomas Dunne Books

A voi ora la decisione se continuare la lettura del libro su Buster Hendrix, l’infanzia di Jimi Hendrix vista dal fratello minore Leon Hendrix, Memoir On Growing Up With A Legend, a mio avviso, un libro sul “cucciolo” Buster Hendrix,  che consiglio a tutti gli appassionati di Jimi Hendrix di leggere!

 

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