“Non hai le palle”, se lo dici commetti reato!

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“Non hai le palle”. Due cugini in tribunale.

Dire “Non hai le palle” costituirebbe reato, secondo la Suprema Corte di Cassazione.

Il luogo dell’ “ingiuria” è Taranto. Un giudice di pace durante una lite in tribunale col cugino avvocato pronuncia la frase “Non hai le palle”. Secondo la sentenza di primo grado il giudice di pace viene dichiarato innocente perchè «mancava una effettiva carica offensiva alla espressione utilizzata dall’imputato» in quanto proferita «nell’ambito di una contesa familiare».

Tuttavia, il cugino avvocato non si scoraggia e presenta ricorso alla Cassazione per la frase “Non hai le palle”, pronunciata dal cugino giudice di pace. Quest’ultima accoglie il ricorso grazie al legale del cugino avvocato che porta sul tavolo della Cassazione delle spiegazioni ragionevoli. Egli sostiene che è lecito dire «non rompere le palle, equivalente all’invito a non intralciare l’opera di qualcuno», ma non è lo stesso dire «non hai gli attributi, ossia vali meno degli altri uomini».

Qual è la valenza offensiva della frase “Non hai le palle”?

Interpretazione della Cassazione.

Il consigliere Maurizio Fumo afferma che “a parte la volgarità dei termini utilizzati, l’espressione ha una indubbia valenza ingiuriosa, atteso che con essa si vuole insinuare non solo, e non tanto, la mancanza di virilità del destinatario, ma la sua debolezza di carattere, la mancanza di determinazione, di competenza e di coerenza, virtù che, a torto o ragione, continuano ad essere individuate come connotative del genere maschile“.

Reato ancora più grave se la frase viene pronunciata sul posto di lavoro

Pronunciare la frase “Non hai le palle” diventa un reato ancora più grave se ci si trova sul posto di lavoro.

Infatti, la Cassazione afferma anche che “la frase fu pronunciata in un contesto lavorativo (ufficio giudiziario), a voce alta ed era udibile anche da terze persone. In tali circostanze il pericolo di lesione della reputazione di Vittorio G. non poteva essere aprioristicamente escluso sulla base di una pretesa evoluzione del linguaggio verso la volgarizzazione delle modalità espressive“.

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